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Zona Rossa

Abitare in zona rossa. Limitati. Isolati e allontanati. Reclusi e costretti. Preoccupati e a tratti … spaventati. In questi giorni di provvedimenti socio-sanitari ‘restrittivi’ capita di sentirci così. E si vede. Non si sente solo nelle parole della cronaca, nei titoli dei giornali o nelle TV ma si vede nei gesti e negli atteggiamenti. Il tutto sa di paradosso perché un virus invisibile agli occhi «ci costringe a tornare alle domande» per citare Hannah Arendt. Ci costringe a guardare più in profondità chi siamo, la coscienza di noi stessi, la capacità o incapacità di affrontare la vita, le nostre convinzioni, i nostri legami e alla fine il nostro essere uomini.

In questi giorni di zona rossa, di distanza di sicurezza, niente mani su bocca, naso e occhi, ‘niente abbracci, niente baci, niente strette di mano’, ci manca stare insieme fisicamente. Si può intuire che la socialità reale non è quella virtuale e, forse ci riesce anche di recuperare il senso del corpo, visto che è il corpo ad essere toccato e limitato.

Abitare in zona rossa è fare i conti con una ‘restrizione’ coercitiva della libertà. Ma prima o poi, però, dovremo spiegare anzitutto a noi stessi cosa ci rende liberi davvero.

Abitare in zona rossa ti costringe a constatare che oggi non esistono più confini tra gli uomini e che quindi dobbiamo imparare a fare i conti con la presenza e la ‘prossimità’ degli altri. Tutti. Siano essi portatori di diversi pensieri, religioni, usanze e persino malattie.

Abitare in zona rossa significa fare i conti anche con la chiusura di teatri, luoghi di cultura, musei, cinema etc. Ciò manderà in crisi l’intero settore culturale? Bisogna riconoscere che negli anni abbiamo troppo insistito sull’idea che teatri e musei vanno gestiti come imprese di cultura e attrattori turistici. Troppo spesso con cultura intendiamo qualcosa che assomiglia sempre più (o addirittura si identifica) ad un’industria di intrattenimento e di turismo. Anche in questo caso lo stop che viviamo può diventare l’occasione per rivedere i nostri parametri. Magari a partire proprio da una riflessione sul ruolo di teatri e musei in una città e sul fatto che essi possono essere generatori di pensiero, di creatività e, in particolare, di relazioni comunitarie solo quando sono e restano ‘res publica’, fuori dai prezzi imposti dal mercato.

Abitare in zona rossa è sperimentarci preoccupati e spaventati. Ma è bene chiarire che l’avversario da combattere non è il coronavirus, ma la paura. Una paura che ci accompagna da sempre ma che tuttavia esplode quando la realtà mette a nudo la nostra impotenza, prendendo in molti casi il sopravvento e facendoci a volte reagire in modo scomposto, portandoci a chiudere, a disertare ogni contatto con gli altri per evitare il contagio, e a fare provviste “se mai ce ne fosse bisogno”.

Abbiamo in questi giorni assistito al dilagare dell’irrazionalità, individuale e collettiva.

Sono sempre più convinto che a farci essere terrorizzati di qualsiasi cosa metta in pericolo la nostra vita, sia la perdita di un senso ultimo, il pensarci esclusivamente destinati a questa terra. È come se fossimo piegati su noi stessi e guardassimo continuamente i nostri piedi che stanno, appunto, per terra. Provateci. Da quella posizione si avverte un senso di solitudine devastante, è abitare una zona rossa che va a braccetto con una insopportabile fragilità.

Renzo Beghini

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