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La decisione politica e le false certezze della scienza

In questi giorni di ritrovata normalità assistiamo ad un interessante scontro di opinioni, a livello mondiale e nazionale, tra scienziati. Virologi, epidemiologi, biologi ed internisti sembrano non essere d’accordo quasi su nulla: se qualcuno afferma che il Covid 19 è stato prodotto in laboratorio, immediatamente un altro giura sulla sua natura biologica; se alcuni definiscono il virus clinicamente morto, altri nel frattempo ne sottolineano la rinnovata letalità. Del resto questa pandemia ha reso gli scienziati assai popolari: nel periodo del lockdown essi sono diventati i nuovi tuttologi da talk show e le voci più seguite sui social media.

Certamente quanto sta accadendo offre la possibilità di riflettere sul ruolo della scienza e sul suo rapporto con la decisione politica.  I fatti a cui abbiamo assistito giustificano in pieno la condanna del pregiudizio scientista ancora assai molto diffuso, soprattutto negli ambienti formativi, che il sapere scientifico sia una certezza oggettiva e monolitica e che il metodo scientifico sia l’unica possibilità di un vero progresso umano e politico. Pur riconoscendo i grandi meriti della ricerca scientifica e il suo contributo al benessere dell’umanità, si devono tuttavia ricordare alcuni suoi limiti strutturali, che per altro gran parte della comunità scientifica ammette.

La scienza ha sempre a che fare con la dimensione dell’incertezza: non le si può chiedere in un tempo breve risposte precise ed affidabili, perché il suo modo di procedere non dà nell’immediato un sapere certo e inconfutabile. Inoltre la scienza, aldilà dell’arroganza e della saccenza di molti suoi esponenti, è un sapere dinamico, che procede per ipotesi e tentativi e spesso, come ricordava Popper, per errori. Infine per sua conformazione la scienza è un sapere specialistico, parziale, che non permette una visione esaustiva, se non a rischio di passare dalla certezza del dato scientifico alla giungla dell’interpretazione, che proietta nella contraddittorietà delle analisi e nel conflitto delle posizioni. In questo senso molti esperti dimenticano il saggio consiglio di Wittgenstein: “di ciò di cui non si può parlare è meglio tacere”.

Giustificare quindi una scelta politica come meramente dettata dalla scienza è profondamente sbagliato: la scienza è un supporto, certamente non l’unico; il suo compito è quello di fornire previsioni oneste e attendibili, che tuttavia non seguono mai la modalità dell’evidenza. La politica deve valutare queste previsioni con prudenza, deve soprattutto fare sintesi di vari approcci e nell’incertezza deve scegliere, assumendosi la responsabilità del rischio e avendo come faro l’ottica del bene comune possibile. In questo però deve sempre favorire una comunicazione onesta e trasparente, che non tratti i suoi cittadini come bambini irresponsabili; come ricorda la Dottrina sociale: “le circostanze di incertezza e provvisorietà rendono particolarmente importante la trasparenza nel processo decisionale” (Compendio 469). Si tratta di assumersi delle responsabilità, sapendo che il bene comune possibile non è mai la sommatoria di tanti beni individuali e che quindi nell’emergenza la politica deve scegliere cosa sacrificare senza tatticismi e strategie finalizzate al mero consenso: è necessario pensare al futuro della comunità e non solo alle prossime elezioni.

Prof. Giovanni Bresadola