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Dov’è il valore di Cattolica?

 

Alla fine, i pensieri che si sono susseguiti per giorni nei confronti di chi ha seguito la vicenda si sono realizzati. Un aumento di capitale così ingente, richiesto per Cattolica dopo mesi di delegittimazione formale e sostanziale dell’attuale governance, non poteva che essere funzionale ad un cambio di natura giuridica forzoso, che partisse da logiche di mercato, senza farlo calare con un intervento normativo (vd. Banche popolari).

 

Ci si dovrebbe interrogare a lungo – e forse lo si farà davvero nei prossimi giorni – su dove risiedano le vere responsabilità di un’evoluzione così violenta. Ma sarebbe ancora più interessante ragionare sulla correttezza delle dinamiche che hanno portato alla situazione attuale, per poter capire il perchè ci sia ancora qualcuno a Verona che difende la Cattolica per come è ora.

 

Partiamo da un tema che è stato sulle bocche – o meglio “sulle conferenze” – di molti, ossia l’importanza di essere cooperativa, e che oggi sembra non abbia più nessuna rilevanza. E’ curioso infatti notare come frasi del tipo “preservare la centralità del territorio” oppure “un’importante opportunità di creazione di valore” fossero presenti allo stesso modo quando c’era da difendere la forma mutualistica e ora che la si vuole palesemente e senza dubbio alcuno superare.

Ma, non volendo concentrarsi sulla poca chiarezza del linguaggio di alcuni, sicuramente la forma cooperativa, essendo stata funzionale al mantenimento di una governance attraverso attente strategie elettorali, è oggi considerata dal mondo finanziario un’anomalia che genera impatti esattamente contrari a quelli di trasparenza e democraticità per cui è nata. Le modalità decisionali di questo delicato passaggio sono solo l’ultimo degli episodi a riprova di ciò. Detto ciò, siamo proprio sicuri che essere cooperativa è il limite di Cattolica? Siamo proprio sicuri che un investitore non sceglierebbe di partecipare ad una cooperativa sapendo che proprio questa forma giuridica, se ben indirizzata e rispettata nei suoi caratteri primi, rappresenterebbe un potenziale fattore rilevante di creazione di fiducia in un mercato molto attento a questi processi come quello assicurativo?

 

E ancora, gli scenari di cambiamento che si prospettano potrebbero modificare sia il radicamento territoriale che l’ispirazione morale che caratterizza Cattolica. Non che per forza finora si sia sempre stati capaci di concretizzare e valorizzare questi asset, anzi. Ma nel momento in cui si andrà a creare una cesura evidente tra la compagnia e queste due importanti fonti di ispirazione – e quindi di creazione di valore – inevitabilmente si rischierà di creare un danno alle catene di valore della compagnia. Se oggi Cattolica occupa un posto nel mercato assicurativo, nonostante alcuni fattori di debolezza che sono stati evidenziati negli ultimi mesi a livello di governance, è anche per il patrimonio relazionale e per il potenziale motivazionale che attrae ad essa. I soci di Cattolica si sentono parte di un territorio, di una cultura che, tradotta in una visione di impresa in un ambito delicato come le assicurazioni, riesce a produrre valore anche economico. Creare una separazione tra questo inevitabilmente genererà modifiche rilevanti sui tempi e sui modi di far fruttare il patrimonio, che ad oggi non sembrano essere rispettose di una storia e di un’identità forse logorata ma ancora presente nelle relazioni attorno alla compagnia.

 

Perciò, la grande sfida che potrebbe essere lanciata a Generali sarebbe quella di accettare di aderire come socio cooperativo della Società Cattolica di Assicurazione, apportando competenze metodologiche e operative che migliorino le capacità aziendali ma che non impoveriscano il potenziale relazionale della compagnia. La loro esperienza e le loro risorse potrebbero essere utili per generare cambiamenti importanti nella governance della compagnia e, conseguentemente, per trovare nuovi modi di tradurre un carisma in scelte concrete più efficaci e generative. Questa proposta sarebbe nel loro interesse di lungo termine. Un investimento non connaturato a queste peculiarità, infatti, assomiglierebbe più all’acquisizione di un portafoglio clienti rispetto che ad una pomposamente dichiarata “partnership strategica”. E girare contratti non è esattamente ciò che ci si aspetterebbe dalla prima compagnia assicurativa d’Italia.

 

Riccardo Tessari

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