Menu Chiudi

Scuola e inefficienze di un sistema piramidale

Francesco Rossignoli Che cosa ha significato la ripresa della scuola in presenza a settembre dopo i lunghi mesi di chiusura completa e di didattica in presenza? È valso la pena passare un’estate col metro in mano per misurare corridoi e aule e verificare se rispettano i requisiti non sempre chiari e univoci fissati dai Dpcm, dalle note ministeriali e dai protocolli sanitari del Comitato tecnico scientifico e delle sue diramazioni locali? Sono domande che urgono, tanto più in questo preciso momento in cui le scriviamo, perché non sappiamo se domani (letteralmente, domani) potremo entrare in queste aula e in questi corridoi. Incertezza e timore erano dominanti all’inizio delle lezioni, e lo sono, se possibile, ancor di più ora. Eppure la risposta è: sì, non è stato inutile fare di tutto per permettere ai nostri studenti di ritornare a guardarsi tra di loro e guardare i loro insegnanti dritto negli occhi, a parlare ed ascoltare, senza uno schermo di mezzo. Questo perché la scuola doveva tornare a essere pienamente sé stessa, cioè un contesto di relazioni umane nel quale si realizza il fenomeno dell’imparare e del crescere secondo tutte le dimensioni della persona. Ciò che non può essere, o può essere solo molto parzialmente e per un tempo limitato, senza l’accadere di ciò che chiamiamo “presenza”. Lo vediamo realizzato in modo emblematico nel rapporto genitori – figli: questi crescono perché quella dei genitori è una presenza, reale, fisica, quotidiana, segnata dalla prossimità e dalla condivisione di spazi e tempi. Analogamente insegnanti e alunni hanno bisogno della presenza gli uni degli altri. Ecco perché, comunque, questo mese abbondante di scuola è stato positivo a prescindere da quello che accadrà domani.
Nello stesso tempo, c’è un altro fattore che risalta e che meriterebbe maggior considerazione e soprattutto dovrebbe spingere a importanti decisioni sul piano sociale e politico. Durante il periodo della didattica a distanza, insieme a tante difficoltà e inerzie, si sono sprigionate dal basso energie e protagonismi sorprendenti e inimmaginabili. Giovani docenti, magari precari, hanno dato un’essenziale contributo per consentire a tutti di continuare a far a scuola in forza delle loro competenze digitali. Insegnanti meno giovani, prima bloccati su approcci e metodologie immutabili da anni, si sono messi in gioco e hanno imparato con loro stessa sorpresa e soddisfazione nuove forme di didattiche. E molti hanno tradotto in sforzo concreto il desiderio di continuare a tenere i contatti con ragazzi e ragazze talvolta disorientati, se non smarriti. Anche nella scuola, come nella sanità e in altri settori, si è visto che le risorse che provengono dalla “base”, dalle donne e dagli uomini che concretamente lavorano, costituiscono una ricchezza formidabile. Per questo l’emergenza Covid era la grande occasione per dare vera sostanza alla autonomia di ogni istituzione scolastica nell’ottica della sussidiarietà. Invece, sul piano gestionale, organizzativo e normativo, tutto è rimasto come prima. La lenta e travagliata nomina dei supplenti (ancora in corso) è solo l’aspetto più evidente di una macchina ancora concepita in modo piramidale e centralistico, Il cui funzionamento è sempre più inefficiente e autoreferenziale.
Le risorse dei molti docenti che sanno realmente educare e istruire sono spesso frustrate da un sistema sempre più farraginoso. E non è detto che riusciranno sempre in futuro a porre rimedio a carenze ormai incancrenite. Se il sistema non si rinnova, secondo politiche che si muovono verso la valorizzazione delle scuole statali e non statali che fanno bene il loro mestiere, mettendosi al servizio non di sé stesso ma della relazione educativa, ancora una volta saranno i giovani a pagare il prezzo di una società che li mette sempre più spesso agli ultimi posti.

Francesco Rossignoli

Questo sito web utilizza i cookies per migliorare l'esperienza di navigazione. Se continuate a navigare in questo sito, accettate implicitamente questa caratteristica.