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Tucidide, San Cipriano e la peste vissuta con fede

Stefano SassoStudiare l’evoluzione delle varie epidemie che più di tutte caratterizzarono l’età antica è un’impresa molto complessa. La scarsità delle fonti e, quando presenti, la loro ambiguità non permettono infatti di illuminare con facilità l’esperienza che gli antichi fecero della malattia e della morte. Non è un caso quindi che l’attenzione degli studiosi e la curiosità dei contemporanei si sia in particolar modo focalizzata su quegli eventi epidemiologici che sono stati narrati dalle migliori penne antiche.
In particolare, tra le testimonianze più incredibili, sia per bellezza narrativa sia per quantità informativa, vi è il racconto dell’autore greco Tucidide della celebre peste di Atene del 430 a. C. nel II° libro delle sue Storie. Gli eventi sono noti: mentre la città si trovava assediata dalle truppe spartane, anche a causa del sovraffollamento, si diffuse il morbo pestilenziale (ma probabilmente si trattò di tifo) che fece numerose vittime tra cui Pericle, il campione democratico e guida della città. La narrazione che Tucidide fece della peste diventò un modello per i secoli successivi. L’autore greco infatti, da esperto conoscitore della medicina ippocratica, descrisse l’esperienza epidemica con crudezza e arguzia memorabili. Nella narrazione di Tucidide domina un razionalismo estremo, in cui le soluzioni religiose adottate dal popolo ateniese non riscontrano alcun effetto e l’assistenza tra amici e familiari comporta semplicemente la diffusione del contagio stesso. Al di là della precisa e drammatica descrizione somatica del morbo, il testo tucidideo non riesce, e non vuole, a rispondere alla domanda esistenziale dell’uomo: «perché questo male?».
Altra narrazione epidemica divenuta emblematica nella storia antica fu quella di San Cipriano, vescovo di Cartagine dal 248 al 258 d. C., durante la “peste” che colpì l’Impero Romano a metà del III° secolo d. C. e che porta il nome del Padre della Chiesa. Nella visione di Cipriano lo stacco da Tucidide è netto: in questo caso, tutti i dolori umani causati dalla malattia, tutti i drammi sociali che l’uomo vive, «tutto ciò è utile a testimoniare la fede». Nella visione di Cipriano nulla del morbo è comprensibile se non letto attraverso il filtro della fede in Gesù Cristo. La malattia, scrisse Cipriano, mette «a prova la santità di ognuno e pesa sulla bilancia il cuore umano», diventa quindi occasione di carità per i buoni e di redenzione per i cattivi.
Tra Cipriano e Tucidide vi è dunque un abisso, frutto di un cambio enorme di mentalità dovuto alla nascita e all’espansione del Cristianesimo e della sua dottrina. In questo senso, e la narrazione di Cipriano ne è una prova, anche l’esperienza tragica della morte e della malattia diventano momenti di prova e tribolazione, non per forza voluti da Dio ma comunque concessi, in cui l’uomo cristiano può finalmente attestare la sua fede in Gesù Cristo e, di conseguenza, anche il suo senso caritativo nei confronti del fratello appestato e in difficoltà.

 

Stefano Sasso

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