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Fondo Sovrano di Verona. Sì, forse, anche

Nelle scorse settimane è emersa sui giornali l’idea di un Fondo Sovrano veronese che abbia come obiettivo rispondere alle esigenze di ricapitalizzazione che alcuni asset del nostro territorio (Fiera, Aeroporto) stanno presentando con capitali “nostrani”. Così da permettere il mantenimento di un focus – e una governance – locali.
L’idea, perlomeno sulla carta, risulta affascinante e numericamente fattibile. Detto ciò, rischia di presentare qualche limite progettuale, riassumibile in un paio di domande. Chi sarebbe oggi capace di attrarre la fiducia dei Veronesi – e quindi capitali – su progetti ampi i cui effetti non sarebbero immediatamente visibili (in senso temporale e spaziale) dagli investitori stessi? Siamo sicuri che i nuovi capitali attratti con la leva del “paroni a casa nostra” sarebbero effettivamente ben utilizzati per rilanciare gli asset di cui sopra o il problema è legato alla qualità delle governance che li sta gestendo? E se poi questi capitali venissero gestiti in maniera non ottimale, che impatto in termini di capitale fiduciario si genererebbe nel nostro territorio?
Ovviamente queste non sono domande retoriche, ma sincere. E non sono strumentali a delegittimare questa idea ma a ridimensionarla, cercando di togliere dal tavolo qualsiasi distorsione che il concetto di utilizzo locale delle risorse locali potrebbe generare in termini di aspettative.
È innegabile l’importanza che la mobilitazione delle risorse delle famiglie e delle imprese veronesi avrebbe per il miglioramento della qualità di vita dei nostri territori, ma la scelta dei modelli non è un passaggio secondario. La possibilità di costruire – magari affianco a questo Fondo – modelli a partecipazione diffusa e governance partecipativa che riescano ad attrarre risorse economiche – disponibili ad avere profitti di tipo low – per generare impatti meta-economici locali e visibili è un tema su cui molti si stanno interrogando, alcuni ci stanno anche provando. Per spingere i risparmiatori a investire in progetti che generino un impatto nei nostri territori è consigliabile però tenere presenti alcune note di base.
La prima è la responsabilità condivisa. La costruzione dei progetti, dei business plan deve essere caratterizzata il più possibile dall’ascolto diffuso e ampio dei bisogni e delle visioni che afferiscono quel tema, quel luogo, quell’argomento. Ciò sia per essere capaci di spiegare a tutti le ragioni delle scelte operate in itinere, sia per non essere soli nell’affrontare gli imprevisti e i condizionamenti inevitabili.
La seconda è la capacità narrativa e rendicontativa. Una volta disegnate le progettualità, le modalità di concretizzazione e le previsioni di impatto vanno tradotte in una narrazione che sappia informare, coinvolgere e rendere partecipi i soggetti a cui si chiede di collaborare o investire. Nelle fasi di implementazione e finalizzazione vanno poi rendicontati tutti gli impatti, non solo quelli economici, così da “educare” i risparmiatori ad una corretta e completa valutazione dei frutti delle loro scelte di contribuzione
La terza, infine, è la capacità riassuntiva e replicativa. Una volta che la progettualità è consolidata, va resa modello e offerta ad altri territori o comunità in cui essa possa essere replicata.
In questo modo forse l’ideologia del gigantismo, del localismo in senso autarchico e del conflitto di interessi che spesso caratterizza i progetti che c’entrano con la finanza territoriale potrebbero essere superati da una sana e condivisa sussidiarietà prossima, inclusiva e aperta.

Riccardo Tessari
Maggio 2021

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