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Il talento da solo non basta – Intervista a Carla Cico

 

“Il talento da solo non basta”, è necessario sapersi misurare con il mondo. Carla Cico, top manager internazionale giudicata da Forbes and Fortune Magazines come “One of the most powerful women in international business”, ex AD di Telecom Brasile, è sempre stata consapevole di questa verità. Nata a Verona, dopo gli studi classici intuisce l’imminente sviluppo dell’economia cinese e decide, contro ogni aspettativa familiare, di proseguire studiando lingua e cultura cinese. Ed è così che la sua carriera inizia in Cina, terra “sconosciuta”, in cui però impara molto di sé, “sia come persona che come professionista”.
Carla Cico ha raccontato, all’incontro di networking Intraprèsa, il suo percorso professionale, ricco di stimoli, derivanti dalle numerose esperienze in Paesi con cultura differente, in Cina, Brasile, India, ed il giusto mix di competenze e di intuito. Già, perché, se le scelte devono essere data-driven, c’è anche “una parte che non può essere racchiusa in un dato: la parte emozionale di ogni individuo, che a volte può scompigliare tutte le logiche”.
Una ricetta, questa, cui è stata fedele anche nelle relazioni interpersonali, mettendo sempre al primo posto “i valori base”: il rispetto dell’altro, non essere avidi, sia in termini economici che di avanzamento di carriera, la fede, l’umiltà e la determinazione. Perché? Perché “tutto è passeggero, tranne chi tu sei”:

  • Le va di raccontarmi in breve le tappe fondamentali della sua storia professionale?
    Veronese di nascita, ho trascorso 25 anni della mia vita professionale all’estero. Ho vissuto 10 anni sia in Cina che in Brasile. Ho avuto, inoltre, il privilegio di lavorare in molti altri Paesi, tra i quali l’India, quando ricoprivo il ruolo di direttore M&A per una importante Azienda telefonica. Credo che questo sia l’aspetto più importante della mia carriera: avere avuto il privilegio di lavorare in Paesi con cultura differente, avere imparato a adattarmi a modi di vita e di pensiero differenti. Questo è certamente quello che mi definisce come persona e professionista, molto più dei ruoli e cariche che ho ricoperto o che ricopro oggi.
  • Come si è orientata nelle scelte che si è trovato di volta in volta ad affrontare?
    Dipende molto dalle scelte e dal momento. Per esempio, qualsiasi scelta di cambiamento professionale è sempre stata dettata dal volere fare cose nuove e dalla consapevolezza che nella posizione che stavo ricoprendo avevo imparato già tutto. Posizione e soldi non sono mai stati un fattore deciso per un cambiamento. Quando si è trattato di fare scelte operative/strategiche nello svolgere le mie funzioni, sono stata spinta un misto di competenze e anche di intuito, oltre a una valutazione delle persone coinvolte. Ritengo che sia fondamentale osservare e valutare l’aspetto emotivo di una persona e dare un valore allo stesso nel prendere una decisione. Anche nel business è importante rimettere la persona al centro.
  • Quale crede sia stato il momento fondamentale in questo percorso e come l’ha vissuto emotivamente?
    Il momento fondamentale della mia carriera è stato quando mi sono trasferita in Cina all’inizio della mia carriera. Come persona ho capito che potevo vivere in una situazione priva di qualsiasi comfort, compresa l’acqua calda per la doccia che era disponibile solo dalle 5:00 alle 6:00 am. E, come professionista, ho capito che avevo le qualità manageriali per potere continuare la carriera aziendale. Queste due cose non erano scontate, soprattutto la seconda. Inoltre, ho avuto la fortuna di lavorare con un “capo” che in 2 anni mi ha permesso di fare un percorso di apprendimento che in una situazione normale avrei fatto probabilmente in 7-8 anni. Questi due anni sono stati fondamentali per la mia crescita professionale e anche personale.
  • Ha incontrato battute d’arresto? Quale pensa che sia il significato di questi momenti?
    Si, ho avuto una battuta d’arresto che ha avuto un impatto importante sia sulla mia vita professionale che personale.
    L’ho affrontata come sempre affronto i problemi: dopo una prima fase di sconforto, mi sono rimboccata le maniche e ho ricominciato. Quando siamo messi di fronte a delle prove, sia a livello personale che professionale, credo sia importante trovare un segnale positivo, anche se a volte è molto difficile. In questo la Fede gioca un ruolo fondamentale, o per lo meno lo ha fatto nel mio caso: invece che andare dallo psicologo mi sono riavvicinata alla preghiera e questo è stato il risultato più importante e positivo di questa battuta d’arresto.
  • Le volevo chiedere, infatti, che ruolo ha avuto la fede nella crescita professionale?
    Io ho fatto un percorso a ritroso: pur non essendomi mai allontanata dalla Chiesa, per molti anni sono stata quello che definirei una credente “tiepida”. Tuttavia, sia nella mia vita professionale, sia nei comportamenti che nelle relazioni interpersonali, che nelle scelte ho sempre messo al primo posto i valori che mi erano stati insegnati. Quando da credente “tiepido”, ho messo la FEDE al centro della mia esistenza, ho ripercorso la mia vita professionale per analizzare il mio comportamento e posso dire che, pur non essendone consapevole, le mie scelte erano sempre state basate su valori forti, che mi hanno protetto da commettere errori irrimediabili. Questo è un consiglio che do ai giovani, sia fortemente credenti che “tiepidi”: ci sono alcuni valori base che devono essere sempre rispettati. Ne cito alcuni: il rispetto dell’altro, non essere avidi (sia in termini economici che di avanzi di carriera), rimanere umili.
  • Come ha compreso quale fosse il suo talento? È, secondo Lei, qualcosa di cui si prende consapevolezza un po’ alla volta o qualcosa di evidente?
    Solo quando mi sono trasferita in Cina ho capito che avevo del “talento”. Ad essere sincera, prima di iniziare a lavorare per l’Azienda per cui mi sono trasferita in Cina, non avevo nessuna idea né aspirazione per una carriera “corporate”! Tuttavia, non basta avere consapevolezza del proprio talento, perché il talento da solo non basta: deve essere accompagnato alla determinazione, al lavoro, al sacrificio e all’umiltà. Ho visto manager molto talentuosi fallire miseramente, una volta raggiunta una posizione di potere.
  • Come andrebbe usato il potere?
    Il potere, se gestito male, porta all’arroganza: questo vale per qualsiasi posizione di potere, perché il potere, come la ricchezza, è relativo per ogni persona. Il potere è una bellissima cosa, se usato bene: per questo, vedere persone con potere non usarlo o usarlo male mi fa arrabbiare. È importante quindi avere consapevolezza di se stessi e capire che il potere è uno “stato” passeggero, perché dato, ma non rappresenta quello che tu sei, perché una volta che non hai più il potere continui a essere te stesso e non sei sminuito.
  • Cosa rappresenta per lei il lavoro?
    Ho una grande senso del dovere: l’ho sempre avuto, fin dai tempi della scuola. Mi sono sempre applicata perché ritengo che sia un dovere svolgere bene le proprie mansioni, qualsiasi esse siano. Per me il lavoro non è mai stato un obbligo, ma un piacere. Credo che la società di oggi che parla più di diritti che di doveri dia dei segnali sbagliati alle giovani generazioni, creando una linea marcata tra lavoro e piacere. La qualità di vita di una persona dovrebbe essere bilanciata tra lavoro, famiglia e attività extra, dove tutte le componenti hanno lo stesso peso.
  • Cosa consiglierebbe ad un giovane che si trovasse a lavorare “contro i propri valori”? Come le consiglierebbe di affrontare questa difficoltà?
    Per me esistono pochi ma importanti valori sui quali non sono disposta a negoziare: onestà, integrità, e rispetto degli altri. Per il resto sono flessibile, nel senso che si possono trovare soluzioni alternative. Un esempio pratico: sempre più spesso mi trovo ad ascoltare commenti poco “simpatici” sulla Fede cattolica, anche negli ambienti di lavoro. Se questi commenti rimangono solo commenti e non portano ad azioni che vanno contro i miei valori, li accetto. Il più delle volte non entro nemmeno nella discussione, non per vigliaccheria, ma per praticità: cercare di convincere un non credente a credere, nello spazio di una discussione, è perdita di tempo, come cercare di convincere un interista a diventare juventino.
  • Qual è la sfida lavorativa principale che in questo momento vive e come la sta affrontando?
    Non credo che oggi ci sia una sfida più importante di un’altra: stiamo vivendo un periodo storico che nello spazio di 10 anni ha avuto un’accelerazione, cercando di distruggere tutti i valori su cui si è fondata la civiltà occidentale negli ultimi 2000 anni, compresa la Chiesa Cattolica. Da Dio-Uomo siamo passati a Uomo-Dio: l’uomo come unico artefice del suo destino, capace di risolvere tutti i problemi con l’aiuto della scienza. Ne abbiamo esempi tutti i giorni: la dichiarazione delle Nazioni Unite di risolvere il problema del clima entro il 2030, per esempio. Oggi è una sfida continua per chi crede, ma anche per chi, pur non credendo, non si è lasciato abbagliare dalla propaganda del Pensiero Unico. Per me questa propaganda è stata e continua a essere uno stimolo per continuare a crescere nella Fede e a rimanere fedele ai valori di cui sopra e, nel mio piccolo, cercare di dare un contributo pratico a promuovere i valori cattolici.
  • Come riesce a coniugare lavoro e relazioni e lavoro e fede?
    Sono una persona pratica e non intellettuale o contemplativa: sono semplicemente me stessa in qualsiasi sfera della mia vita.
  • Qual è il passo del Vangelo da cui ha attinto maggiore ispirazione nella sua vita professionale?
    Se dicessi che conosco le letture in maniera profonda direi una bugia! Quindi ho sempre preso come riferimento i 10 comandamenti: la prima vera lista di “Corporate Governance” mai stilata. E a questa lista faccio sempre riferimento. Peraltro, il Pensiero Unico ha come scopo rendere nulle tutte le Governance dei 10 Comandamenti, a partire dal: “Non avrai altro Dio fuori di me”. Questo significa che questa lista ha avuto e continua ad avere un’importanza fondamentale.
  • Qual è la lezione più preziosa che ha imparato nella sua storia professionale? Cosa desidera dal suo futuro professionale?
    Non c’è una sola lezione, ma se devo nominare la più importante per me, è quella di avere capito che tutto è passeggero, tranne chi tu sei. Credo che uno dei doveri di chi ha maturato esperienza sia di dare/condividere questa esperienza con le nuove generazioni: cosa che faccio con molto piacere ed entusiasmo, in varie sedi e contesti.

Stefania Tessari

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