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Intervista ad Andrea Pernigo (Just Italia)

Reinventare l’organizzazione. Come? Dotandosi di competenze sociali, di “automotivazione”, coinvolgendo le risorse e riconoscendo il prezioso valore che scaturisce dall’incontro con l’altro. Andrea Pernigo, imprenditore di riferimento della Valpantena e di Verona, tra i soci di Just Italia Spa e co-fondatore di molte società e start-up, ci racconta così la principale sfida del suo presente, raccontandoci da dove è partito e i doni che ha raccolto nel suo percorso umano e professionale, sempre in evoluzione.

  • Le va di raccontarmi in breve le tappe fondamentali della sua storia professionale?
    Sono curioso, con un pensiero in continuo movimento, ho uno spirito irrequieto, impaziente ed incostante che mi ha portato ad essere imprenditore e manager.
    Sono nato 49 anni fa, sono sposato con Erika e padre di Anita e Sofia. Vengo da Grezzana in provincia di Verona, la mia terra, dove nel tempo ho mantenuto il centro d’interessi e affari. La mia carriera è iniziata e prosegue nelle imprese del gruppo di famiglia. Mi sono occupato di diversi business, alcuni con discreto successo. L’esperienza più significativa resta sempre quella in Just Italia Spa, l’impresa di vendita diretta a domicilio di prodotti per l’igiene e la cura del corpo. Ho seguito la fase di startup delle filiali all’estero dapprima in Slovenia, Austria, Croazia e l’ultima in Spagna.
  • Come si è orientato nelle scelte che si è trovato di volta in volta ad affrontare? Qual è stata la “bussola”?
    Mi interessa la cultura d’impresa, lo sforzo della focalizzazione per individuare obiettivi chiari.
    Mi ha sempre guidato prima di tutto l’idea di essere imprenditore e non speculatore, di convincere e condividere, e, perché, no un pizzico di incoscienza ed un altro di coraggio.
  • Quale crede sia stato il momento fondamentale in questo percorso e come l’ha vissuto emotivamente?
    Non voglio citare un fatto preciso, un momento professionale o di vita particolare, la mia tutto sommato è stata un’evoluzione che penso sia stata lineare.
    Ogni diritto presuppone una responsabilità.
  • Ha incontrato battute d’arresto?
    Molte volte, spesso per impazienza o per ossessione per il controllo della gestione, o quando non ho preso decisioni indipendentemente dagli alti e bassi di mercato.
    E poi come diceva Churchill “il successo non è definitivo, il fallimento non è fatale: ciò che conta è il coraggio di andare avanti”.
  • Che ruolo ha avuto la fede nella crescita professionale?
    Mi sono sempre ispirato ai valori cristiani, ed ho avuto la fortuna di stare vicino a credenti, a persone che cercano l’amore di Dio e sono grate del dono della vita.
    Credo che professionalmente mi abbia portato a pensare al bisogno di fare il proprio dovere, di generare valore mettendo al primo posto i clienti, investendo nei collaboratori e nelle loro comunità.
  • Come ha compreso quale fosse il suo talento? È, secondo Lei, qualcosa di cui si prende consapevolezza un po’ alla volta o qualcosa di evidente?
    Non credo di avere delle doti speciali o dei limiti cognitivi. Come imprenditore mi sento un semplice custode di un’idea da portare avanti con impegno e sacrificio, a volte andando contro il proprio istinto. Ho notato che molte cose che ho fatto senza fare affidamento su pregiudizi hanno portato un impatto positivo, quindi ho fatto molto affidamento sull’automotivazione, alla capacità di rischio ed incertezza, come pure al dinamismo ed alla voglia di misurarsi, giorno per giorno, un po’ alla volta.
  • Cosa rappresenta per lei il lavoro?
    Il lavoro è dignità, è una grande opportunità, è passione e costruzione di valore nel tempo, è una spinta potente di progresso, è un grande progetto. L’azienda è il mio luogo di crescita personale e professionale e soprattutto di ricerca.
  • Cosa consiglierebbe ad un giovane che si trovasse a lavorare “contro i propri valori”? Come le consiglierebbe di affrontare questa difficoltà?
    Gli direi fermati e pensa, “out of the box”. La percezione dell’ambiente che ci circonda è un processo pieno di distorsioni e di complessità, bisogna quindi attivare la nostra capacità di osservazione, attraverso la nostra intelligenza, che è la nostra vera chiave. Bisogna avere consapevolezza, e le persone intelligenti sanno che non si conosce mai abbastanza.
    L’umiltà si accompagna all’intelligenza.
  • Qual è la sfida lavorativa principale che in questo momento vive e come la sta affrontando?
    La sfida più importante che stiamo vivendo è la trasformazione delle organizzazioni, quindi dico: reinventare l’organizzazione. L’imprenditore deve attrarre a sé persone di valore. Non posso fare tutto da solo, devo costantemente allineare le mie risorse alle effettive esigenze della mia attività, devo concentrarmi nella creazione di un mio ecosistema di collaboratori e di relazioni, devo avere un adeguato comportamento organizzativo, con le giuste deleghe, in estrema sintesi coinvolgimento.
    Ora servono nuovi modelli imprenditoriali di sviluppo e servono competenze sociali.
  • Come riesce a coniugare lavoro e relazioni e lavoro e fede?
    Ognuno di noi vive la fede a modo suo, frutto della propria visione del mondo e di una prospettiva di sviluppo. Personalmente, nel lavoro, sono scortato dalla mia etica, da una mia personale integrità, da una personale esperienza umana che cerco di mettere a disposizione per le migliori condizioni di benessere di tutti. Costantemente cerco quindi di creare valori condivisi, soprattutto di lungo periodo.
  • Qual è il passo del Vangelo cui è più affezionato?
    Sicuramente la Parabola dei Talenti.
  • Qual è la lezione più preziosa che ha imparato nella sua storia professionale? Cosa desidera dal suo futuro professionale (e umano)?
    La fortuna di incontrare persone diverse, fondamento di ricchezza e di cultura, mi ha fatto capire l’importanza di accettare l’opinione di tutti. Vivere in un ambiente in continuo scambio reciproco mi sta insegnando la capacità relazionale, che parte dall’umiltà.
    Vorrei essere sempre spinto da una forte propulsione al miglioramento, contro la mediocrità di modelli esistenziali falsi ed artificiali. Ci vuole tempo e disciplina.

Stefania Tessari

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