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Quanto è debole la guerra?

L’Europa è stata colta di sorpresa. Dopo il “secolo breve” e la “fine della storia” (riprendendo i saggi di Hobsbawm e di Fukuyama sulla fine delle ideologie) pensavamo che non sarebbe mai più potuto accadere. Cento anni dopo quella che fu allora definita “la guerra che porrà fine a tutte le guerre”, a cent’anni dall’enciclica di Pio XI Ubi arcano Dei (23 dicembre 1922) sulla pace, e a sessant’anni dalla Pacem in terris di Giovanni XXIII (11 aprile 1963), la guerra è tornata in Europa.
Queste due encicliche (anche se il magistero recente è ricchissimo sul tema) ci possono fornire, soprattutto oggi, alcune chiavi di lettura per comprendere il senso di una pace realmente cercata, accolta e condivisa.
Alla fine della prima grande guerra mondiale, Pio XI viveva un periodo forse tra i più complessi del ‘900: quattro dittatori (Mussolini, Hitler, Stalin e Franco), la crisi finanziaria del 1929, le guerre coloniali, la situazione del Messico, la guerra di Spagna, le leggi razziali tedesche e italiane, la preparazione del secondo conflitto mondiale. Eventi che saranno gli ingredienti di tensioni geopolitiche che durano fino ad oggi.
Nella Ubi arcano Dei egli offriva una riflessione di grande attualità: la pace non può essere armata e, per essere positiva ma anche possibile, deve rinviare ad un ordinamento sociale e politico che sia giusto. L’idea di fondo era che la pace non potesse essere soltanto un periodo di transizione in cui la guerra non fosse effettivamente combattuta o imminente. Non pace negativa, quindi, non semplice aspirazione ideale, ma programma di governo praticabile, che implica la costruzione di un ordinamento sociale e politico percepito dai più come giusto. Pio XI scriveva che la vera pace va ancora trovata perché quella sottoscritta tra i belligeranti dell’ultima guerra, è stata scritta soltanto nei trattati, ma non accolta nei cuori degli uomini che ancora continuano a desiderare di combattersi l’un l’altro. L’origine del nazionalismo e la creazione del “nemico collettivo” venivano ricondotte all’aver abbandonato Dio come norma e come fondamento dell’autorità: “Si è voluto che fossero senza Dio e senza Gesù Cristo le leggi e i governi, derivando ogni autorità non da Dio, ma dagli uomini”.
Nell’aprile del 1963, due mesi prima di morire, Giovanni XIII pubblicava la Pacem in terris un documento che si rivolgeva a tutti gli uomini di buona volontà e che ebbe, dentro e fuori la chiesa, un influsso grandissimo. Anche qui la situazione politica internazionale era critica e la pace a rischio: era stato eretto il muro di Berlino che sanciva in modo emblematico la divisione del mondo in due blocchi contrapposti; erano ripresi gli esperimenti nucleari; la corsa agli armamenti; e le due potenze erano arrivate a un punto critico dei loro rapporti con la crisi di Cuba.
Per Giovanni XXIII il primo impegno per sviluppare la pace è partecipare alla vita pubblica, operando con efficacia e dal di dentro le istituzioni con competenza, capacità ed esperienza professionale. Egli invitava tutti a trovare il coraggio di porre a fondamento delle relazioni internazionali la verità, che ha come misura e obiettivo la giustizia, come forza propulsiva l’amore, e come metodo di attuazione la libertà. E per riferimento alla crisi di Cuba, ricordava che «nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra». E continuava, «ci sentiamo in dovere di scongiurare gli uomini, soprattutto quelli che sono investiti di responsabilità pubbliche, a non risparmiare fatiche per imprimere alle cose un corso ragionevole ed umano». Perché «prima di ogni cittadinanza legale c’è una cittadinanza sostanziale data dall’appartenenza all’unica famiglia umana. Se i rapporti tra le comunità politiche vanno regolati nella libertà nessuna di esse ha il diritto di esercitare sulle altre un’azione oppressiva di indebita ingerenza».
Certo, siamo stati tutti colti di sorpresa e non pensavamo sarebbe potuto accadere. Rimane la consapevolezza che i popoli europei hanno costruito anche attraverso il contributo del magistero sociale della chiesa, una cultura della pace che rappresenta un punto di non ritorno. Una cultura che capovolge valori e criteri di giudizio e che danno nuova luce e speranza agli eventi in corso.
Perché la pace è anzitutto una questione culturale. Dove cultura è intesa come quel complesso di significati che informano la vita, guidano le scelte e orientano le decisioni. La pace è un approccio al mondo nella sua complessità, irriducibilità e multipolarità. È forma del rapporto con l’altro, l’estraneo, lo straniero. È un paradigma mai scontato ma generativo per vivere le relazioni nella verità, in libertà e secondo giustizia.
Per questo la vera domanda politica che sorge dagli eventi di questi giorni, per riferimento al magistero della chiesa e alla conseguente cultura di pace che ha promosso, non è chi alla fine vincerà ma: quanto è debole la guerra?
Se un regime deve imporre la censura alla libertà di informazione; se deve reprimere le proteste per una guerra irrazionale e dissennata; se deve obbligare gli organi di stampa nazionali a sostenere le sue posizioni; se deve usare la forza per disperdere le manifestazioni contro il conflitto; se deve arrestare dei bambini che protestano… quanto è debole la guerra?

Beghini Renzo
presidente Fondazione Toniolo
8 Marzo 2022

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