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Vale la pena morire per Kyiv?

Nella primavera del 1939 una preoccupata Europa valutava se “valesse veramente la pena di morire per Danzica”, intendendo con queste parole, se fosse davvero necessario opporsi all’occupazione della Polonia, programmata dall’imperialismo nazista; ci si chiedeva cioè se fosse legittimo avviare una nuova guerra mondiale per salvare l’integrità e l’indipendenza dello stato polacco. È in pratica lo stesso dilemma che molte cancellerie europee vivono oggi in seguito alla guerra d’invasione perpetrata dalla Russia di Putin nei confronti dell’Ucraina. Improvvisamente, dopo qualche decennio di spensierata distrazione e di insensato ottimismo, la guerra ha rifatto capolino in Europa, con i suoi tradizionali contraccolpi di morte, distruzione, flusso di profughi e soprattutto con la minaccia nucleare di un’incombente terza guerra mondiale.
Non ne avevamo proprio bisogno: due anni di pandemia di Covid 19 hanno ridotto al minimo la nostra capacità di resilienza; la nostra ansia è tornata a livelli di guardia sia per i temuti sviluppi militari del conflitto, sia soprattutto per le sue devastanti possibili conseguenze sull’economia e sui nostri stili di vita. Ripiombati all’improvviso in una di fatto rinnovata Guerra Fredda, consci di aver sprecato 30 anni di pace, riscopriamo la paura, l’insicurezza e soprattutto l’impotenza di fronte a eventi che non possiamo né condizionare, né tantomeno controllare. Lo stesso sviluppo tecnologico e la rivoluzione informatica e digitale, che per lungo tempo abbiamo esaltato come la panacea di tutti i mali, si stanno ritorcendo contro di noi, rendendo la minaccia nucleare ancora più reale e drammatica. In questa situazione così complicata e pericolosa riscopriamo la limitatezza del nostro orizzonte umano, viviamo drammaticamente l’incapacità di programmare tavoli di mediazione, di indicare spiragli di pace e soprattutto di praticare un orizzonte di speranza. Quello che sorprende è l’incredibile velocità della crisi: è come se la deriva bellica accelerasse ogni giorno, facendo seguire agli scontri militari le sanzioni economiche, alle violenze sui civili i propositi di riarmo, ai timidi tentativi di mediazione il peggioramento dei rapporti internazionali, quasi come ormai la macabra involuzione del conflitto fosse ineluttabile. In quest’ora così difficile e complessa sembrano venir meno tutte le analisi geo-politiche più consolidate e anche gli esperti sembrano brancolare nel buio, alla ricerca di un’interpretazione convincente. In questo contesto ci sembra necessario ancorarci ad alcune considerazioni “sicure”, a partire dalle parole di papa Francesco, che nella Fratres omnes, ci ricorda che «ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato. La guerra è un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male. Non fermiamoci su discussioni teoriche, prendiamo contatto con le ferite, tocchiamo la carne di chi subisce i danni”.
Ci sembra inoltre importante ricordare l’incompatibilità della fede cristiana con ogni forma di violenza: “come cristiani, il nostro sguardo è innanzitutto fisso sull’uomo: uomini, donne, bambini, anziani, persone malate e non autosufficienti, che si vedono improvvisamente minacciate dall’incubo dei bombardamenti, della mancanza di cibo e generi di prima necessità, della perdita di persone care, e che sono costrette a scappare dalle proprie case, abbandonando tutto verso l’ignoto. Troveranno qualcuno che li voglia accogliere?”.
Infine siamo convinti che queste tragiche circostanze ci interpellano, come uomini e soprattutto come cristiani alla responsabilità personale, alla conversione del cuore e della mente e alla testimonianza della pace e della speranza, nella certezza che “le forze che cambiano la storia, sono le stesse che cambiano il cuore dell’uomo”.

Giovanni Bresadola (Sfisp)
8 Marzo 2022

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