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La differenza dell’ascolto

“Ascolta la voce del creato” è il tema della giornata mondiale di preghiera per il mese del creato. È un momento speciale per tutti i… ...

Il momento della responsabilità

Nell’ultimo ventennio la politica è profondamente cambiata. Prima i partiti avevano il compito di moderare le pulsioni dell’elettorato cercando di governare in maniera più o… ...

Le comunità energetiche

Il giorno 24 maggio 2022 alle ore 20.30, presso il teatro San Michele, via Benedetto Croce – Rivoltella, si terrà il convegno LE COMUNITÀ ENERGETICHE… ...

La differenza dell’ascolto

“Ascolta la voce del creato” è il tema della giornata mondiale di preghiera per il mese del creato. È un momento speciale per tutti i cristiani per pregare e prendersi cura insieme della nostra casa comune che si concluderà il 4 ottobre con la festa di San Francesco.
L’ascolto è un tema tipicamente biblico. È la tensione propria che identifica il credente. Ma cosa succede quando ascolto il creato? Scopro che la natura è sì bella ma è anche tremenda e spaventosa. Se impariamo ad ascoltarla, notiamo nella “voce del creato” una sorta di paradosso che mette in questione anzitutto noi stessi.
La Bibbia e i poeti hanno sempre parlato della natura guardando il paradosso che porta con sé. È bella natura il cerbiatto che si ferma a pochi passi, ma è naturale anche il tumore al pancreas. È bello il bosco. È bello abbracciare gli alberi – oggi va molto di moda – ma rimani una settimana abbracciato ad un albero. E vediamo che ti succede. È bello il panorama dal rifugio in alta montagna, è bella l’orizzontalità del mare, ma è natura anche il vulcano che erutta e non chiede il permesso a quelli che abitano di sotto i suoi pendii
Quando “ascolto” il creato mi trovo di fronte a questo paradosso, un incrocio di sentimenti: stupore e tremore, meraviglia e angoscia. E sorge la domanda: che ci sto a fare io in questo luogo meraviglioso e tremendo? Cosa c’entro io con questo posto incantevole e terribile?
Oggi la cultura ecologista ha rimosso questa domanda. Ha eliminato il paradosso. Parla di natura come se fosse una sorta di Eden, un paradiso meraviglioso con una purezza ancestrale. Il “biocentrismo” è quella scuola di pensiero per la quale è necessario smettere di parlare dell’ambiente mettendo al centro l’uomo. Bisogna mettere al centro la natura. L’uomo è solo uno dei tanti organismi viventi. Quello che conta è la natura. L’uomo ha devastato la natura. Quindi l’essere umano è divenuto come un virus per l’intero organismo cosmico. All’interno della galassia Fridays for Future è nato di recente un movimento “contro i figli”. Smettere di fare figli è uno degli strumenti di contrasto al cambiamento climatico
L’ambientalismo di oggi nasce da un moralismo arrogante e intollerabile che fomenta paure ma non conduce da nessuna parte. Un moralismo di massa che contrappone l’uomo alla natura, il cui approccio unisce bandiere contrapposte come gli ecologisti e i negazionisti.
Dall’altra, l’ascolto biblico non è l’avviso pubblico a non calpestare le aiuole. La creazione non chiede anzitutto un rispetto formale. Non è questione di risparmiare sui consumi o di non sprecare l’acqua. Perché a differenza del carciofo il problema fondamentale dell’uomo non è la durata ma il tempo. E il senso del suo tempo. Il che è ben diverso.
Certo, il tema dell’ambiente sarà cruciale per i prossimi anni e il suo impatto è paragonabile a quello della prima rivoluzione industriale. Il principio di realtà ci dice che la sostenibilità è una sfida che non possiamo ignorare: dall’inquinamento, all’aumento del clima, fino alla perdita di biodiversità. Ma la sfida di un modello diverso di sviluppo si affronta con un pensiero diverso. Oggi è necessario un pensiero all’altezza della sfida, capace di tenere insieme l’uomo e la natura, senza alcuna riduzione
Il tema che soggiace la tensione dell’ascolto è lo stupore. Il punto di cucitura uomo-natura è un’esperienza estetica. Mentre il moralismo ambientalista cancella lo stupore, il punto di partenza dell’ascolto è la bellezza, l’esperienza di essere figlio. Io sono grato del creato che mi circonda, che mi si offre come “casa”: delle donne e degli uomini, dell’aria, dell’acqua, della zanzara e del lupo. Io sono costituito da questo mondo e da questo intreccio di relazioni. I cattolici devono decidere se vogliono essere protagonisti di questo cambiamento culturale con una proposta di pensiero appropriata e consapevoli che solo “ascoltando la voce del creato” saranno all’altezza della sfida

don Renzo Beghini
Settembre 2022

Il momento della responsabilità

Nell’ultimo ventennio la politica è profondamente cambiata. Prima i partiti avevano il compito di moderare le pulsioni dell’elettorato cercando di governare in maniera più o meno responsabile. Ora si comincia a parlare di democrazie radicalizzate. Il populismo ne è una forma esemplare. E questo fenomeno spazza via i partiti tradizionali. La radicalizzazione degli elettorati in Occidente – come scrive il prof. Feltrin – non è per nulla terminata. Al contrario! Basta vedere ciò che accade in Usa, Francia, Gran Bretagna o in Germania.
Che sia un segno di crisi della democrazia non c’è dubbio, come uscirne nessuno lo sa. Diventa però essenziale non perdere di vista la chiave del problema e porsi la domanda giusta: l’ampio consenso che ottengono i partiti populisti dipende da ciò che promettono i loro leader? Oppure ha a che fare con la vita reale e i problemi concreti della gente? C’è da chiedersi come mai le istituzioni e la politica non riescano a dare risposta a insoddisfazioni così radicali negli elettori, le quali hanno a che fare con problemi quotidiani, come il reddito, la casa, il lavoro, la salute, i figli, gli anziani, la sicurezza…
Tutte la classi dirigenti occidentali, comprese quelle populiste, ogni volta che arrivano al potere – per usare un’espressione di papa Francesco – “perdono l’odore delle pecore”. E quando perdi quell’indole, è finita.
Oggi le classi dirigenti hanno un problema di rapporto con la ‘gente comune’ sempre più evidente. E ha a che vedere con la capacità di dare risposta ai problemi di grandissime fette di popolazione. Certo, un tema complicatissimo, che però va affrontato: i motivi dell’insoddisfazione popolare crescente si concentrano sull’indifferenza della politica e delle istituzioni nei confronti delle difficoltà di chi non vive nelle zone Ztl e nei centri storici delle grandi città.
Gli italiani sono consapevoli di avere di fronte un periodo difficile: il Paese avanza verso i tremila miliardi di debito pubblico, la pandemia sembra non finire mai, il rialzo dei prezzi, l’inflazione, l’aumento dei tassi dei mutui e il crollo del potere d’acquisto. Hanno diritto a essere presi sul serio, e più ancora a non essere presi in giro.
È il momento di una politica coniugata al futuro, della responsabilità e dei doveri, come ha detto il cardinale Matteo Zuppi, e di un «rinnovato impegno dei cattolici a servizio del Paese».
È il momento di lavorare per far comprendere che la sintesi politica non è la somma algebrica delle singole istanze, ma piuttosto un guardare oltre i problemi presi uno per uno. Serve una visione complessiva.
Uscire insieme dalla crisi significa prendersi cura delle fasce più deboli della popolazione, cercare di lavorare per la pace a livello internazionale, pensare a forme di partecipazione e di welfare efficaci, attuare la transizione ecologica, cambiare il modello di sviluppo. Tutto ciò va fatto insieme.
La questione non è quindi, la forma o il contenitore politico ma il dovere e la responsabilità, anche per i cattolici, di coniugare un pensiero e tessere una mediazione in grado di riconnettere la politica alle persone, di riformare le istituzioni al servizio della gente, di dare ai giovani, agli imprenditori e alle famiglie motivi di orgoglio, di speranza e di impegno collettivo.
Mario Draghi, l’ultimo presidente del consiglio, ci ha detto che bisogna mettere ordine nelle tante cose da fare. C’è infatti una gerarchia non più eludibile nei problemi. In sostanza è il momento di pensare la politica declinandola al futuro, senza più schiacciarla sul presente. E il futuro comincia presto. Prestissimo: il 25 settembre.

don Renzo Beghini
Settembre 2022

Facciamo comunità, prendendoci cura della casa comune:
le comunità energetiche

Il 24 maggio, in occasione della Settimana Laudato si’, che ricorda la pubblicazione dell’enciclica di Papa Franceso, il circolo Laudato si’ di Desenzano del Garda ha organizzato insieme alla Fondazione G. Toniolo e con la collaborazione della Commissione diocesana Nuovi Stili di vita, un incontro intitolato: “Le comunità energetiche – il futuro dell’energia rinnovabile, conveniente, per tutti”. I relatori, di grande prestigio e competenza, sono stati il Prof. Leonardo Becchetti, professore ordinario di economia politica presso la Facoltà di economia dell’università Tor Vergata di Roma, uno dei promotori della Scuola di Economia civile e autore di numerose pubblicazioni scientifiche, a gennaio 2021 nominato dal Ministero della transizione ecologica membro del Comitato di esperti per il supporto al G20 Ambiente e della commissione per la bioeconomia e la fiscalità sostenibile. Un secondo relatore è stato don Renzo Beghini, docente di morale sociale ed etica presso l’Università Cattolica di Milano, presidente della Fondazione Toniolo e infine il dott. Riccardo Tessari, collaboratore di Don Renzo nelle varie iniziative di pastorale sociale della Diocesi, che dal punto di vista professionale, opera in una delle prime comunità energetiche in Italia, WeForGreen Sharing. Don Renzo ha introdotto l’argomento ispirandosi alla “Laudato si’”, sottolineando il concetto di ecologia integrale, citando la famosa frase di Papa Francesco che “tutto è connesso” e richiamando la visione cristiana per cui la natura è creata ed è un dono di Dio, di cui l’uomo deve prendersi cura, mentre soprattutto negli ultimi decenni ha avuto un atteggiamento di saccheggio e sfruttamento senza limiti. Dal prof. Becchetti è venuto in primo luogo un forte richiamo al concetto di bene comune, alla necessità di rinnovare il senso di responsabilità di ciascuno verso la comunità, facendo notare che la felicità sta nell’essere parte attiva nella propria comunità, nel mettersi in gioco. Le problematiche legate alla produzione dell’energia, che utilizzando fonti fossili è causa del cambiamento climatico e delle sue drammatiche conseguenze, si sono aggravate in modo pesante dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, per la nostra dipendenza dal gas russo. Il tema della produzione di energia da fonti rinnovabili pertanto diventa ancor più attuale ed urgente e la guerra, secondo Becchetti, porterà ad accelerare la transizione ecologica, in vista dell’indipendenza energetica. E questo fa bene al nostro portafoglio, ma anche al pianeta. Il dott. Tessari ha portato il discorso sul piano della concretezza. Dopo un breve richiamo alla storia del 1900, quando comparvero le antenate delle comunità energetiche attuali, nate per la produzione di energia idroelettrica, ha approfondito le caratteristiche di tali comunità, vere e proprie imprese, che devono reperire risorse, gestirle correttamente e infine condividere i benefici. Esse permettono lo sviluppo di una progettualità comune, a partire “dal basso”, che coinvolga a livello locale famiglie, amministrazioni Comunali, imprese e associazioni, contribuendo a dare una risposta sia al problema della produzione di energia pulita e all’emergenza climatica, sia all’impatto sulla povertà delle famiglie e sui costi delle imprese, di estrema attualità oggi. Da queste interessanti esposizioni è nato un vivace dibattito, che si è concluso con la raccolta dei nomi di coloro che sono intenzionati a proseguire ed approfondire il discorso sul piano operativo e concreto. Per chi volesse saperne di più, la conferenza è presente sulla pagina Facebook “Nuovi stili di vita Verona”.

Anna Maria Facchini (Circolo Laudato Si – Desenzano del Garda)

Il lavoro - bene comune

 

Ogni crisi spinge al cambiamento. Ma la direzione del cambiamento non è segnata.
Le ripercussioni delle delle restrizioni imposte alle attività produttive per ridurre i rischi connessi all’emergenza sanitaria sono evidenti ancorché non del tutto quantificabili. Guardando ai posti di lavoro persi o “non attivati”, è chiaro come a soffrire maggiormente siano stati per lo più alcuni settori occupazionali, comparto turistico e commercio su tutti. La provincia di Verona, proprio per la peculiare conformazione del tessuto economico-produttivo, è stata uno dei territori della regione ad aver registrato le perdite maggiori. Tra mancate assunzioni di lavoratori stagionali e mancati rinnovi di contratti a termine, in questo ultimo trimestre si sono registrate quasi 9mila posizioni di lavoro in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Il lockdown è stato – come preannunciato fin dall’inizio della crisi virale – un divoratore di lavoro e di risorse. Il Covid 19 si è manifestato in Italia con tutta la sua virulenta aggressività sanitaria e con tutto il suo cinismo sociale. Ma è il sistema-Paese da collocare su una traiettoria differente. Manca una dinamica del mercato di lavoro che ci rende fragili e incomparabili con i partner più forti dell’Unione europea. Per affrontare un disagio tanto corposo bisognerebbe ripensare l’intera politica del lavoro e avere il coraggio di cimentarsi con un argomento che è stato fin qui trattato in maniera ideologica: il reddito di cittadinanza.
Proprio in una fase in cui bisognerebbe concentrare energie e risorse per rimettere in piedi veri strumenti di politiche attive del lavoro. Come ha sentenziato di recente la Corte dei conti il reddito di cittadinanza ha mostrato in questi mesi tutta la sua inefficienza. In pochissimi hanno trovato lavoro dopo aver goduto del sostegno pubblico. I navigator si sono rivelati uno strumento a dir poco inadeguato.
Ma il «progetto Paese» diventa un “fallimento per il Paese” se non risponde a un criterio concordato. Se non viene elaborato attraverso una concezione condivisa dello sviluppo. Una maggioranza e una coalizione governano un Paese complesso come il nostro se condividono un’idea di futuro. Se concertano un disegno di innovazione e sviluppo. Nelle prossime settimane il governo potrà contare su almeno 20 miliardi concessi dalla Commissione europea in base al fondo Sure.
Soldi da spendere solo ed esclusivamente nelle politiche del lavoro. La scelta peggiore, però, sarebbe quella di insistere su una linea che accontenta tutti. Lanciare un po’ di finanziamenti a pioggia per evitare che qualcuno si lamenti. Nell’emergenza era giusto concentrarsi sulla cassa integrazione, sulla tutela di tutti i lavoratori che hanno perso impiego e capacità di sopravvivenza. Il passo successivo è quello di porre le condizioni perché la ricerca del lavoro non sia solo una chimera. Investire affinché la dignità della vita sia tutelata e i nostri giovani possano guardare al lavoro quale strumento per un progetto di vita dignitoso.
Nella consapevolezza che nel terzo millennio difficilmente si crea sviluppo senza innovazione. Le vecchie ricette non bastano.
Altrimenti il rischio che la collera sociale esploda davvero diventa più che concreto. Già dal prossimo autunno.

Il coraggio e la sfida

Oltre 2.000 giovani under 35, collegati da 120 Paesi di tutti i 5 continenti, più di 23.000 gli utenti, 45.000 le visualizzazioni. Sono i numeri dell’evento che ha visto giovani studenti, economisti, imprenditori, manager convocati virtualmente ad Assisi da Papa Francesco per l’evento Economy di Francesco, svoltosi dal 19 al 21 novembre. “Non siamo condannati a modelli economici che concentrano il loro interesse immediato sui profitti come unità di misura ignorando il costo umano, sociale e ambientale”. È la sintesi del messaggio finale di papa Francesco. Una delle pochissime voci che, nel contesto attuale, sollecita con forza un cambiamento di rotta degli assetti economici e sociali. Particolarmente significativo che questa sfida il Papa la rivolga ai giovani. E chiede loro di sottoscrivere un ‘patto’ per un nuovo modello economico. “È tempo, cari giovani economisti, imprenditori, lavoratori e dirigenti d’azienda, di osare. Di favorire e stimolare modelli di sviluppo, di progresso e di sostenibilità in cui le persone, e specialmente gli esclusi siano protagonisti. Niente scorciatoie, è il tempo di essere lievito, bisogna sporcarsi le mani.” Francesco ricorda che “l’attuale sistema mondiale è insostenibile” per questo ha lanciato ai giovani un forte appello affinché si impegnino in prima persona: “O siete coinvolti o la storia vi passerà sopra”. La gravità della situazione attuale che la pandemia del Covid ha fatto risaltare ancora di più, esige una responsabile presa di coscienza di tutti gli attori sociali e i giovani hanno un ruolo primario: “le conseguenze delle nostre azioni e decisioni vi toccheranno in prima persona, pertanto non potete rimanere fuori dai luoghi in cui si genera, non dico il vostro futuro, ma il vostro presente”. E allora è indispensabile far crescere e sostenere gruppi dirigenti capaci di elaborare cultura, avviare processi, cambiare gli stili di vita, umanizzare i modelli di produzione e di consumo, trasformare le strutture consolidate di potere che oggi reggono le società. Senza l’avvio di questi processi, non ci sarà cambiamento. Il Papa lo ricorda anche nella conclusione del messaggio ai giovani idealmente riuniti ad Assisi: “nessuno si salva da solo, c’è un compito comune, una vocazione che attraverso la cultura, deve farsi patto”. Non basta accrescere la ricchezza perché sia equamente ripartita e non basta promuovere la tecnica perché la terra diventi più umana da abitare. È l’umanità la misura dello sviluppo: misura che si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Passata la crisi sanitaria, la peggiore reazione sarebbe di pensare che tutto torni come prima e cadere ancora di più in una febbrile corsa al consumo e a nuove forme di autoprotezione egoistica. Da una crisi mai si esce uguali – afferma Francesco – ma ne usciamo meglio o peggio. Tornare “alla mistica del bene comune” e “incontrarsi al di là di tutte le legittime differenze”, è il passo determinante “per qualsiasi trasformazione che aiuti a dar vita a una nuova cultura e mentalità economica, politica e sociale”. Quella dell’incontro si costruisce dialogando, pensando, discutendo e creando, “secondo una prospettiva integrale e poliedrica”. Di questa integralità e multiformità del bene comune – dimensioni che sono specifiche della Dottrina sociale – la chiesa è custode. Contro ogni forma di strumentalizzazione, ipocrisia e coercizione. Anche a Verona.

8 dicembre ’20 Renzo Beghini

PRESENTAZIONE NEWSLETTER

Ci sono parole che uccidono e parole che risanano. Parole per umiliare ed offendere, altre, invece, per apprezzare e ringraziare. Ci sono parole come pietre. E parole come ali. Silenzi che parlano. E parole non dette. Comunicare bene il bene è un tema di grande attualità. In una società informazionale come la nostra non sempre ad una maggiore informazione corrisponde più comunicazione, comprensione, condivisione. Se per un verso il grande sviluppo tecnologico della nostra era ci ha dato accesso a una quantità di informazioni senza precedenti, il risultato, però, non è stato l’inizio di un nuovo illuminismo, ma il sorgere di un’età dell’incompetenza. Medici, professori, professionisti e specialisti di ogni tipo non sono più le figure a cui affidarsi per un parere qualificato. Che farsene di libri, titoli di studio e anni di praticantato se esiste Wikipedia?
Perché leggere saggi, ricerche e giornali quando Facebook mette a nostra disposizione notizie autentiche e di prima mano?
Perché cercare la verità in un mare di opinioni dove si può dire tutto e il contrario di tutto?
Come districarsi in un mondo tutto orizzontale?
Dove andare?
Dove cercare per saziare il desiderio di bellezza che abita l’animo umano? Eppure siamo sempre più convinti che il bene va comunicato. E comunicato bene. Soprattutto a fronte di una pandemia che mette a nudo la nostra essenziale impotenza. Un microscopico virus che provoca apprensione, inquietudine, sospensione personale e sociale.
Per questo una Newsletter della Fondazione Toniolo. Per avvicinare e far toccare (almeno virtualmente). Per girare conoscenze e competenze. Per dire il bello che ci abbraccia e ci circonda. E in seconda battuta perché anche la comunicazione racconta una modalità di essere presenti da cattolici nel discorso pubblico non come una parte che deve difendere i propri interessi o quelli di altri, ma come soggetto che cerca a partire dalle esperienze reali di dare un contributo al bene comune.

don Renzo Beghini
Presidente della Fondazione Toniolo

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EDITORIALE

Comunicare è un’arte. E una faccenda seria. Nella società ‘informazionale’ più informazione non significa automaticamente più intelligenza, lungimiranza, maggiore comprensione della realtà più condivisione. I social aumentano i contatti, ma diminuiscono le relazioni. E questo spiega la solitudine di molti. Comprendere non dipende dall’accumulo di informazioni immediate e a disposizione. Perché la capacità di penetrare e di intendere quanto accade, non segue un processo quantitativo. Allo stesso modo, studi recenti (B. Schwartz e D. Salecl) hanno dimostrato che la felicità non coincide con maggiori opportunità, non deriva dall’incremento delle possibilità di scelta. È la stessa logica. Capire la realtà non dipende dall’abbondanza delle informazioni raccolte ma dalla qualità dello sguardo. Dipende dall’ascolto.
Nella Fratres Omnes papa Francesco afferma che il mondo di oggi per la sua velocità e frenesia è in maggioranza un mondo sordo, incapace di ascoltare.
La newsletter della Fondazione Toniolo vuole anzitutto ascoltare. Raccogliere e dare voce all’abbondanza di bello e di bene che ci circonda. Con i suoi volti, storie e protagonisti. Siamo convinti non solo che il bene va fatto bene. Ma che, se comunicato bene, fa bene. È diffusivo e contagioso perché rivela un’eccedenza di senso. E il “di più” affascina sempre.
In secondo luogo vogliamo invitare a pensare. Proporre nuove chiavi di lettura per un discernimento dei processi culturali, sociali, economici e politici della nostra città e provincia. A partire dalle fonti e dai significati (troppo scontati) dell’intenzionalità pratica e della trama di relazioni quotidiane che contrassegnano il nostro agire. Alla luce della dottrina sociale della Chiesa.
«Credo che sia più importante comunicare che comprendere» affermava la regista francese Agnès Varda pioniera della Nouvelle Vague. Non è vero. Per chi sente di non potersi accontentare di risposte corte, calcolate o misurate. Per chi vuole “di più” e un “oltre”, un cielo aperto sopra di sé. C’è necessità di un discernimento capace di cogliere la direzione e le dinamiche dello “spirito”. Oggi c’è bisogno di una lettura della realtà che vada oltre la superficie della cronaca. Perché i processi che orientano gli atteggiamenti e le scelte, che fanno concreto e incisivo l’impegno nella promozione del bene comune non s’improvvisano. Si costruiscono, si sperimentano, si correggono, si integrano progressivamente. Siamo convinti che «la cultura sia un terreno privilegiato nel quale la fede si incontra con l’uomo». La vera fede non ha paura degli interrogativi che gli vengono dalle conquiste degli uomini. Il vero uomo non ha paura delle domande che la fede gli fa nascere nella mente e nel cuore.
Il discernimento è un esercizio di ascolto delle persone, della realtà, della coscienza collettiva. È un’attenzione costante, un irrefrenabile passione e un prendersi cura per la causa della dignità dell’uomo.

8 novembre ’20
Renzo Beghini

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