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PER UNA POLITICA E UNA SOCIETÀ OLTRE LA BUFERA DEL COVID 19

Al via la stagione 2020 – 2021 della Scuola sociopolitica diocesana

Si parte venerdì 23 ottobre con un convegno inaugurale sui temi della Giustizia: relatore d’eccezione Carlo Nordio

Vincenzo CoronaLa barca attraversa la tempesta epidemica e vede davanti a sé la luce di orizzonti nuovi.
È l’immagine simbolica, forte e risoluta, scelta dalla Scuola di formazione sociale e politica della Diocesi di Verona (Sfisp) per il corso 2020 – 2021, che prenderà il via il prossimo venerdì 23 ottobre, per concludersi il 15 maggio dell’anno venturo.
La metafora della tempesta incontrata, domata e superata si ritrova nella stessa struttura del programma di studio, che è suddiviso in tre parti principali: Le Onde, con un ciclo di incontri sugli impatti della pandemia da CoVid 19 sulla politica, l’economia e la società; Le Scialuppe, con l’analisi delle soluzioni e dei rimedi organizzativi, etici ed istituzionali individuati durante la crisi epidemica; L’Orizzonte, con un focus di lezioni e confronti sulle prospettive politiche ed economiche di Verona e del Veneto nel dopo CoVid.
Agli appuntamenti viene affiancato un Laboratorio di discernimento politico, per l’approfondimento teorico e pratico degli argomenti trattati.
Il percorso formativo si completa quindi con i Dialoghi del cortile, incontri che si tengono fuori dalla sede della Scuola e che propongono punti di vista originali e inconsueti per l’analisi delle tematiche del corso principale; e con Luci per l’Amministrazione locale, serie di approfondimenti pratici per l’attività nei e dei consigli comunali.
A fine corso, tra la fine di maggio e l’inizio di giugno 2021, è previsto un viaggio – studio a Berlino, con visite e incontri istituzionali.
«A indicare la rotta di questo percorso formativo sono la speranza, il coraggio e la competenza», spiega il direttore della Scuola, don Renzo Beghini. «È evidente che, dopo quanto è accaduto quest’anno, quasi nulla sarà uguale a prima nella politica e nell’economia locali e mondiali. Per il raggiungimento del bene comune come possibile qui e ora occorreranno perciò persone umili, forti interiormente, preparate in via multidisciplinare e quindi consapevoli di sé e dell’importanza alta delle responsabilità di cui andranno a farsi carico, a tutti i livelli».
«Come Scuola, torniamo ad avere un’estensione temporale dall’autunno alla primavera, e dunque con incontri a cadenza quindicinale e talora settimanale che, uniti al lavoro da fare a casa, costituiscono un impegno importante per i corsisti», precisa don Beghini. «Nei contenuti, ci affidiamo anche quest’anno a personalità di altissimo livello della cultura e della società, da Carlo Nordio a Paolo Feltrin, da Alberto Minali a Giorgio Vittadini, con una significativa presenza poi, sul piano amministrativo locale, degli ex sindaci veronesi Paolo Zanotto e Flavio Tosi e del sindaco in carica, Federico Sboarina».
Le iscrizioni alla Scuola diocesana, che ha sede a Verona, in via Seminario n. 8 – 10, sono già aperte e si possono effettuare on line, cliccando sul bottone ISCRIVITI! qui sopra, o via e-mail all’indirizzo sfisp@fondazionetoniolo.it (la quota di partecipazione ordinaria è di €150, e di € 100 per gli studenti).

Vincenzo Corona

RIFLESSIONI IN LIBERTÀ SUL VOTO REGIONALE


Giovanni BresadolaMolti commentatori hanno interpretato i risultati delle elezioni regionali del 20 settembre scorso in chiave nazionale, cercando conferme per la continuazione dell’attuale esperienza di governo o per richiederne la fine. Credo che in particolare i risultati relativi al Veneto non siano sovrapponibili alla situazione politica nazionale, ma offrano comunque degli spunti interessanti in prospettiva locale. Il primo dato che balza agli occhi è l’incremento dell’affluenza al voto, che guadagna circa il 4% (dal 57% al 61%), interrompendo un trend negativo ventennale, che aveva visto alle elezioni precedenti un calo del 9%. In una fase di disamore per la partecipazione politica rappresenta certamente un’inversione di tendenza. Tuttavia il dato più evidente è il clamoroso successo del Presidente Zaia, che ottiene il terzo mandato, legittimato da tre veneti su quattro, un vero e proprio plebiscito, che spazza via tutte le opposizioni e che con le liste a supporto triplica i consensi ottenuti dalla stessa Lega. Certamente un successo strepitoso, che proietta su Zaia una grande responsabilità: rispondere alla fiducia accordatagli, senza farsi distrarre dalle sirene che presto o tardi vorranno spenderne il consenso in prospettiva nazionale, magari in opposizione allo stesso Salvini. Esperienze precedenti, vedi Formigoni in Lombardia, dicono quanto sia difficile mantenere entusiasmo e capacità di controllo, quando di fatto si governa la stessa realtà per tanti anni. Il pragmatismo e la capacità decisionale del Governatore dovranno fare i conti con gli interessi e con le incrostazioni di potere che necessariamente emergeranno nella sua parte politica e negli uomini della sua squadra.
Un altro dato significativo è rappresentato dalla debâcle del Partito democratico che con il suo candidato, l’ex vice-sindaco di Padova Lorenzoni, non riesce a superare il 15%. Questo dato è ormai significativo dell’inadeguatezza storica della proposta dem rispetto alle esigenze e alle istanze della popolazione veneta: sembra infatti mancare non solo l’impegno di leader importanti, ma anche una proposta efficace che non si limiti a perdere nel miglior modo possibile, o, come è purtroppo accaduto, addirittura chiedendo il voto disgiunto agli elettori di Zaia.
Un discorso a parte merita il Movimento 5 Stelle, che con il suo 3% dei consensi non riesce ad eleggere neanche un rappresentante al Consiglio Regionale, di fatto scomparendo dalla geografia politica della regione; qui ormai non si tratta più solo della difficoltà di spendere a livello locale l’immagine del movimento, ma dell’effettiva incapacità di incontrare il consenso popolare a causa delle divisioni interne e delle palesi ambiguità nazionali.
Il voto regionale in definitiva mette in evidenza, come in altre regioni, le difficoltà dei partiti in genere, le cui liste vengono penalizzate a favore delle liste personali dei candidati, facendo largamente intuire come in questo tipo di elezioni la scelta del candidato sia fondamentale e soprattutto come in epoca Covid i presidenti in carica siano stati favoriti anche per la loro sovraesposizione mediatica.

Infine una considerazione sul ruolo dei cattolici, il cui voto per molti commentatori rimane ancora molto importante in una regione un tempo vero e proprio feudo democristiano. Di certo buona parte di questo elettorato oggi ha scelto Zaia e solo in parte residuale il candidato PD, per altro espressione del mondo cattolico progressista; qualche commentatore a questo proposito ha parlato di “marginalità dei cattolici” e di disimpegno della Chiesa veneta rispetto alla politica. Se è vero che il mondo cattolico veneto sembra oggi incapace di esprimere una proposta efficace e capace di creare consenso, tuttavia non sono mancati candidati, che hanno rappresentato in modo efficace i valori e le istanze del mondo cattolico; li aspettiamo ora che sono stati eletti a testimoniare questo loro impegno. Diverso invece il lavoro per il futuro: la Chiesa veneta e i cattolici in genere debbono investire in percorsi formativi rivolti ai giovani, che mettano in primo piano da Dottrina sociale cattolica e che, liberi dagli schemi del passato, preparino cristiani capaci di “promuovere organicamente e istituzionalmente il Bene Comune”.

Giovanni Bresadola

IMPERIALISMO TURCO

Stefano VerzèUna politica basata sul nazionalismo trova spesso nel militarismo uno sbocco naturale è quasi inevitabile. La propaganda imperniata sull’accerchiamento di potenze o forze ostili che minacciano la sicurezza nazionale richiede come logica conseguenza l’attivazione di misure di difesa, che in contesti propizi si possono tradurre in minacce e aggressioni esterne sotto l’ala protettrice e rassicurante di un indiscusso capo politico, che all’interno ha già consolidato un potere autocratico personale.
Quindi nessuno spazio per il pluralismo della dialettica democratica, per il rispetto dei diritti umani, per la separazione dei poteri, per l’affermazione della legalità.
Incarcerazioni, intimidazioni, eliminazione di ogni forma di dissenso, corruzione e traffici illeciti garantiti dal controllo sulla magistratura, piegata agli interessi dell’esecutivo.
Un quadro teorico che si attaglia molto bene a molti regimi attuali, che, pur nelle diversità dei contenuti, presentano tutti una simile logica funzionale.
A questo riguardo, la Turchia del Presidente Erdogan costituisce un modello di riferimento che fa scuola, con poche incongruenze.
Prima una martellante propaganda politica sull’islam come collante nazionalistico, poi l’esasperata accentuazione della minaccia alla sicurezza dello stato rappresentata dallo storico nemico curdo. Le guerre in Siria e in Iraq hanno quindi permesso a Erdogan di spingersi militarmente fuori dei confini nazionali per crearsi un ruolo strategico negli equilibri e nei rapporti di forza regionali già emersi o che potrebbero scaturire dai rovesciamenti e dalla continua evoluzione delle alleanze internazionali.
Un’altra opportunità gli è stata offerta dal caos libico, dove si è schierato operativamente con il governo di Tripoli in difesa dell’ideologia di un islam sunnita politicamente militante, di cui lui vorrebbe essere il faro e la guida. Inoltre l’accordo con Tripoli, privo di basi giuridiche, sulla spartizione delle rispettive aree di influenza nel Mediterraneo, ha costituito il volano per la rivendicazione di effettuare prospezioni petrolifere in quelle che sarebbero acque territoriali cipriote, con conseguente innalzamento della tensione con la stessa Cipro, la Grecia e l’intera Unione europea.
Per mantenere o alimentare il consenso interno, tuttavia, il Presidente Erdogan ha evidentemente bisogno di affermare ovunque nella regione il ritrovato ruolo di potenza egemone della Turchia. Perciò non poteva certamente farsi sfuggire la ripresa dei combattimenti tra azeri e armeni per il controllo dell’enclave contesa del Nagorno Karabakh, una questione territoriale aperta da trent’anni e legata alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, di cui facevano parte sia l’Armenia che l’Azerbaijan, che all’epoca comprendeva pure il Nagorno Karabakh, anche se abitato in prevalenza da armeni.
Una guerra quest’ultima che si addice perfettamente a Erdogan nel ruolo di sultano che corre in difesa dei popoli musulmani, tanto più se turcofoni, come gli azeri.

Stefano Verzè

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